C’è chi risponde, ma anche chi provoca. A margine dello “scontro” tra Gasperini e un dirigente della Sampdoria

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Sono tifoso (sfegatato) dell’Atalanta. Ma vorrei ragionare

Una premessa mi sembra necessaria: intendo parlare da uomo e da prete che vuole aprire una riflessione su una questione che mi sembra interessante, inerente i rapporti interpersonali. Non parlo da tifoso sfegatato dell’Atalanta, che pure sono.

Il riferimento che prendo come spunto per il mio scritto è quanto avvenuto in occasione dell’espulsione dell’allenatore nerazzurro Gasperini nel match giocato dall’Atalanta a Genova, contro la Sampdoria, il 10 marzo scorso. Nell’uscire dal rettangolo di gioco, visibilmente alterato per il rigore concesso agli avversari e per il suo allontanamento, il mister, incrociando all’inizio del tunnel di uscita il segretario generale della società avversaria, gli ha rifilato una “manata” (o uno spintone, che dir si voglia) che lo ha fatto cadere, rendendo (forse) necessario l’intervento dei sanitari perché, nel cadere, il signor Ienca – questo il nome del dirigente – ha riportato una ferita alla mano.

Chiaramente, il giorno successivo, sulle testate giornalistiche sportive, sui social e sui quotidiani liguri in particolare, è partito il massacro mediatico nei confronti dell’allenatore dell’Atalanta, per il quale si è invocata una lunga squalifica come punizione esemplare per il cattivo esempio dato a tutti. In realtà, è giunta una sola giornata di squalifica: su questo non si sono versati fiumi di inchiostro, forse anche perché da molti, soprattutto in ambiente genoano (Gasperini è stato allenatore del Genoa e collaborava con Ienca, a sua volta dirigente dei rossoblu qualche anno fa), è emerso che il dirigente blucerchiato non era nuovo ad atti di provocazione e più volte la giustizia sportiva era intervenuta contro di lui per questo “vizietto”.

Da qui la sentenza lieve contro il tecnico dei bergamaschi: probabilmente questo “signore” sampdoriano ha detto o fatto qualcosa, seppur in modo velato e non percepibile a tutti, provocando mister Gasperini, che ha reagito con veemenza.

La mia riflessione sul fatto. Gasperini ha sbagliato. Però…

Ora, una piccola riflessione, che astrae dall’esempio che mi serviva per introdurre la questione. È chiaro che la reazione alla provocazione che assume forma violenta, fisica o verbale che sia, è sempre sbagliata: su questo non ci piove. Ma c’è un “però” non trascurabile, ossia il fatto che esista chi fa della sistematica provocazione, frequentemente unita a particolare cattiveria, uno stile costante di rapporto con le persone.

Questo, poi, soprattutto sui social, avviene in forma velata e non facile da riconoscere. Spesso la provocazione forte viene effettuata, ad esempio, con un commento a un post della persona da attaccare che, apparentemente, si configura come una frase innocua, ma che in realtà cela intenzioni tutt’altro che nobili.

Non di rado capita che un post o un commento al post di un altro si strutturi come una frase generica, magari anche moraleggiante, che a chi non è inserito in un certo contesto può anche sembrare sacrosanta o addirittura espressione di saggezza, ma che in realtà vuol essere offensiva nei confronti dell’altra persona.

La cattiveria del contesto in cui le parole sono pronunciate

Del resto, non possiamo dimenticare (non serve essere esperti di linguistica o ermeneutica per saperlo) che una frase acquista un certo significato anche in base al contesto nella quale viene pronunciata, per cui chi è fuori da quel contesto potrebbe darne interpretazioni del tutto diverse rispetto a quelle che stanno dietro le intenzioni dello scrivente.

Ciò detto, io credo che nelle nostre valutazioni e, in generale, nel nostro riflettere e parlare, dovremmo mettere maggiormente a tema questo aspetto. È certamente vero che la maggior parte dei casi la scelta migliore è lasciar cadere la provocazione, spesso messa in atto da chi non merita risposta. Tuttavia, non si può non tener conto del fatto che, talvolta, la reazione giunge a seguito di continue sollecitazioni, magari pesanti, che a un certo punto diventa difficile ignorare.

E allora pensiamoci bene quando vediamo qualcuno fare la vittima perché l’altro ha risposto male o ha reagito con forza, perché a volte chi fa la vittima è animato da intenzioni e atti, seppur nascosti, da carnefice.

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