Tutti entusiasti per l’Atalanta. E io, vecchio prete, vado in crisi: non ho saputo creare entusiasmo per il Vangelo

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Tutti parlano dell’Atalanta. A me, povero vecchietto, è venuta in mente una considerazione estemporanea: come mai noi preti non riusciamo a creare almeno un po’ di quell’entusiasmo attorno a Gesù e al Vangelo? Don G. prete in pensione

Accolgo la tua considerazione estemporanea, caro don G.. Ritengo difficile, però, mettere a confronto l’interesse e l’entusiasmo suscitato dalle vittorie della nostra squadra bergamasca con quello verso Cristo e il Vangelo poiché sono su piani completamente diversi. Comprendo, tuttavia, che il cuore di un pastore, anche se in pensione, continui a vibrare di zelo e a esclamare: “Magari si potesse avere un po’ di quell’entusiasmo per il Signore e per il suo Vangelo!!!”.

Ci manca la gioia

Premesso che l’adesione al Signore non è pari ad un successo agonistico, mi chiedo cosa possa impedire ad un cristiano di appassionarsi e gioire per Cristo, abbracciando con gioia il suo Vangelo, alla stregua dell’ardore suscitato da una vittoria sportiva.

Non voglio tediare con degli inutili moralismi, ma invitare a verificare se anche nella nostra vita di consacrati, la fede in Cristo morto e risorto è motivo di gioia, grande e contagiosa, oppure di noia e di monotonia; forse, infatti, neppure noi, preti, suore, catechisti e laici impegnati, siamo così affascinati da Gesù, tanto da renderlo desiderabile a quanti incontriamo, a scapito della stessa fede, che si trasmette per ardore e passione.

Agli inizi la gioia prorompeva

Gli Atti degli Apostoli ci offrono preziose testimonianze di pagani che si sono aperti al Vangelo, accogliendolo pieni di gioia. Ricordo ad es. la conversione del carceriere della prigione dove si trovavano Paolo e Sila, che “subito si fece battezzare con tutti i suoi; poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio” (Atti 16, 30-34); oppure l’esultanza dell’eunuco che dopo il battesimo prosegue il suo cammino pieno di gioia (cfr. Atti 8,38-39b). La gioia dei primi cristiani e il loro desiderio di raccontare a tutti l’esperienza vissuta è stata il primo modo di evangelizzare e di rendere testimonianza alla Parola.

Il Vangelo è buona notizia e come tale dovrebbe “far ardere” il nostro cuore, contagiando coloro che ci vivono accanto, risvegliando in essi desideri profondi, suscitando interrogativi, ecc. Ma, quale è il Dio nel quale noi cristiani diciamo di credere? È veramente quello che Gesù ci ha rivelato oppure è frutto di proiezioni troppo umane e perciò incapaci di far ardere i cuori? La nostra fede si fonda su una dottrina o sull’incontro con Cristo che, con il suo amore, ha toccato la nostra carne e sanato le nostre membra piagate di egoismo e di egocentrismo?

Il Vangelo nel cuore

Il problema, allora, non è quello di aiutare le persone a scegliere Cristo invece dello stadio, e nemmeno di scegliere Cristo con la stessa passione con la quale si frequentano gli stadi, ma si situa nella profondità della nostra interiorità. Se il Vangelo è l’unica ricchezza della nostra esistenza, saremo testimoni in grado di affascinare e di portare i fratelli a Cristo, pur continuando ad entusiasmarci per la vittoria della nostra squadra preferita. Ma se, al contrario, il nostro cuore sarà vuoto di senso e di pienezza, non solo saremo pessimi testimoni di Cristo, ma persino pessimi tifosi atalantini.

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