I teenager della screen generation. Pier Cesare Rivoltella: “Se vogliamo che usino bene lo smartphone diamo l’esempio per primi”

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Essere genitori di figli adolescenti, ai tempi dei social. Un compito difficile e impegnativo, di cui si è trattato ampiamente nella serata di lunedì. Dopo l’incontro introduttivo con Gustavo Pietropolli Charmet,  il percorso «Corsa ad ostacoli», promosso all’interno della campagna «S.bilanciati, sul filo del futuro» del Gruppo Aeper, è proseguito nei giorni scorsi con un seconda lezione dedicata al mondo dei social. Al teatro Qoelet di Redona è intervenuto uno dei massimi esperti del settore: Pier Cesare Rivoltella, docente di Tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento all’Università Cattolica di Milano. Ad affiancarlo, come conduttrici, Patrizia Stoppa, direttrice della Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza all’Asst Papa Giovanni XXIII, e Francesca Nilges di Aeper.
«Per le nuove generazioni – ha spiegato Rivoltella – i social sono una parte costitutiva della loro identità, a tal punto che per indicare i giovani d’oggi è stato coniato un termine eloquente: nativi digitali, ovvero i membri della “screen generation” che non spengono mai lo smartphone e vivono in uno stato perenne di ansia da contatto. Premesso ciò, i media digitali sono comunque una possibilità aperta, poste però determinate condizioni. Non serve a nulla demonizzare i social, bisogna invece interrogarsi su come utilizzarli in modo positivo e mirato, ai fini di una corretta educazione».

I social network ridefiniscono lo spazio pubblico: a metà tra quello privato e comunitario

I rischi di un uso poco consapevole delle nuove tecnologie, infatti, sono tanti, tutti dietro l’angolo, e la categoria più esposta è quella dei ragazzi tra i 12 e i 18 anni. Il primo lato negativo dei social, contrariamente all’etimologia della parola stessa, sta nell’alto tasso di narcisismo, pur non essendoci un vero e proprio confine tra pubblico e privato. «Per dire qualcosa sulla rete – ha argomentato Rivoltella – non serve alcun permesso. Nella logica dei social, infatti, si ridefinisce il concetto di spazio pubblico, a metà tra quello privato e quello comunitario. Se nel ‘700 illuminista il diritto di parola veniva garantito solo a chi era in grado di fare uso maturo e adulto della ragione e quindi di prendersi la responsabilità di quello che diceva, la prospettiva oggi è ribaltata. I social, infatti, garantiscono a tutti l’accesso allo spazio pubblico. E un ragazzo può davvero assumersi in pieno la responsabilità di quanto scrive? Chiaramente no».

La responsabilità dei contenuti e i limiti da non oltrepassare

Il secondo rischio, strettamente connesso, riguarda il labile confine tra pubblico e privato. Dove si tira la linea di demarcazione tra i due ambiti, e quale è il limite da non oltrepassare? «È un problema davvero spinoso – ha risposto l’esperto – e le conseguenze sono irreversibili. Un esempio è il sexting: la pratica di produrre contenuti ad esplicito carattere sessuale e scambiarseli tra partner. Molto spesso a farlo sono adolescenti, persone non mature. Questo innesca il più delle volte il meccanismo del porn-revenge, la vendetta pornografica: la diffusione in rete, finita la relazione, di alcuni di quei materiali privati, ad opera di un membro della coppia».

I ragazzi misurano la popolarità in like e commenti: senza l’autostima crolla

Le ricadute psichiche sul soggetto danneggiato sono pesantissime, con disagi soprattutto nei più giovani. Questo però non è l’unico caso in cui i social possono diventare pericolosi. Essendo il meccanismo della condivisione puramente autoreferenziale, ciò che conta davvero è la reputazione. Ognuno ha un rating, una scala di apprezzamento, e la popolarità di una persona si misura a suon di like e commenti. Attestati di stima virtuali, ma estremamente incoraggianti e importanti per un adolescente. «Per rimanere sulla cresta dell’onda – ha detto Rivoltella -, bisogna sapersi appiattire e seguire le mode del momento, altrimenti si è estromessi dal gruppo. In Italia più di 100 mila maschi si ritirano da scuola per problemi d’autostima: il gruppo di pari-età non li accetta, perché fuori dal coro o impopolari, e allora la soluzione è il ritiro sociale. Si tratta, per numeri e cause, di un fenomeno simile ai disturbi alimentari nelle ragazze: entrambe le dinamiche infatti sono innescate da una mancata accettazione da parte dei coetanei».

«Ogni genitore reagisce a modo suo. Ma per prima cosa bisogna dare l’esempio»

Come può fare, quindi, un genitore a gestire al meglio queste situazioni, educando i propri figli ad un usato mirato delle nuove tecnologie? Dalla platea, diverse persone – mamme, insegnanti e psicologhe – sono intervenute, condividendo esperienze, opinioni, suggerimenti e dubbi. «Davanti al problema dei social media – ha concluso Rivoltella – ogni genitore reagisce in maniera differente. Chi proibendone l’uso, chi controllandolo, chi facendo finta di niente o, peggio,  sottostimando il problema. Forse la soluzione è più facile: dare l’esempio per primi. Perché molto spesso, anche se fisicamente vicini ai figli, con la testa e con l’attenzione si è rivolti ad un tablet o  ad uno schermo, e quindi ai propri pensieri lavorativi. Gli adolescenti lo avvertono e, dopo aver osservato, imitano a loro volta».
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