Gli immigrati. Un drammatico nuovo esodo e la globalizzazione dell’indifferenza

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Cara suor Chiara, continuano ad arrivare sulle nostre coste ondate di immigrati. Tra non molto saranno centomila nel 2014. Non ti chiedo grandi discorsi: credo non rientrino nelle tue competenze, come non rientrano nelle mie. Ma mi puoi dare una mano a elaborare un punto di vista cristiano su questo evento? Perché da una parte cerco di ragionare in termini di accoglienza. Ma dall’altra non posso nascondere un po di paura. Ce la faremo? Come si fa a nutrire la speranza di fronte a eventi che, più passa il tempo, e più sembrano più grandi noi? Grazie

Fabio

Caro Fabio, stiamo assistendo a un dramma umanitario che come credenti ci scuote e ci interpella. Non possiamo fingere di non vedere o non sapere, di ergere steccati difensivi che plachino le paure di fronte a questi eventi senza precedenti. Sono uomini, donne e bambini che intraprendono vie di speranza le quali , a volte, si tramutano in vie di morte. È un nuovo” Esodo”, un rimescolamento di persone, razze, lingue, culture, religioni differenti, che invadono le nostre coste e le nostre città.

«ADAMO DOVE SEI?»

Davanti a questo flusso illimitato di migranti, come credenti, ma ancor prima come appartenenti al genere umano, non possiamo rimanere indifferenti! Risuona accorato l’interrogativo biblico: «Adamo dove sei? E Dov’è tuo fratello?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto. La cultura del benessere rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere nell’illusione, nella globalizzazione dell’indifferenza. E l’armonia si rompe, l’uomo non vede più il fratello da amare ma semplicemente l’altro che disturba la vita, il benessere. Il sogno di essere grande e potente, di essere autosufficiente porta a una catena di sbagli, di esclusioni e indifferenza. Siamo chiamati a dar vita a processi di cambiamento che ci facciano ritornare a essere custodi dei nostri fratelli! A dire che ci importa della loro vita come della nostra, aperti all’accoglienza e all’ospitalità, alla condivisione di ciò che siamo e abbiamo, a creare le condizioni necessarie per la vita, a non tirarci indietro e allargare lo spazio dei nostri paesi, delle nostre comunità, ma soprattutto del nostro cuore.

UN NUOVO STILE DI FRATERNITÀ

Si, di fronte a questo flusso incontrollabile sperimentiamo un po’ il timore che la situazione sfugga di mano, non sia più gestibile e sfoci nella confusione e nella violenza. Fatichiamo a portare l’impotenza di non saper cosa far nel presente, mentre non riusciamo a guardare il futuro con speranza. Inoltre il nostro paese, nell’attuale crisi economica e sociale, non può sostenere e rispondere a queste nuove esigenze, alle richieste di lavoro, di stabilità, di una concreta integrazione. Come credenti dobbiamo sollecitare e richiamare le istituzioni a una presa a carico del problema, che non può riguardare solo la nostra nazione ma deve coinvolgere l’Europa intera. Siamo chiamati a una maggiore sobrietà di vita per essere più capaci di condivisione, a rivedere i nostri stili di vita personali e comunitari, perché l’altro possa trovare spazio. Ma soprattutto dobbiamo riappropriarci della nostra vocazione alla fraternità, alla responsabilità fraterna, nella quale il diverso, il lontano non sia più guardato con timore e sospetto ma sia riconosciuto come un fratello. Ci è chiesto un cammino profondo di conversione personale, familiare e comunitario che purifichi il modo di pensare mondano e ci faccia ritornare al Vangelo, il quale ci vuole tutti fratelli, perché figli di un solo Padre che è nei cieli. La sfida è grande e va accolta con fede! Ne va della credibilità della Pasqua nella quale il Signore Gesù è morto e risorto per riconciliare il mondo, per radunare i lontani e i dispersi e farne un unico popolo, un’unica famiglia radunata nel suo nome. A noi accoglierla ogni giorno nella nostra vita.

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