Il cardinale Capovilla e i suoi cento anni. Auguri a lui. E anche a tutti noi

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Il cardinal Capovilla compie cento anni cento. “Che bella età”, “che bel traguardo”, “ma come sta bene alla sua età…”. Immaginiamo come si siano moltiplicate le amabili banalità – probabilmente necessarie – in questa occasione.

Quando un personaggio così arriva a questa età, legato a una vastissima memoria della Chiesa, legato a un gigante della Chiesa moderna come Papa Giovanni, non è solo lui il festeggiato. Festeggiando lui, festeggiamo tutti. Personaggio simbolo, insomma, con il quale facilissimamente ci si identifica.

L’identificazione collettiva con il segretario di Papa Giovanni avviene per una ovvia spinta affettiva che diventa un perfetto circolo virtuoso: l’affetto per lui e per Papa Giovanni porta a sentirsi vicini a lui e la vicinanza fa aumentare l’affetto.

Si scopre poi, soprattutto in queste circostanze, un sentire collettivo, tanto forte quanto inespresso: si vorrebbe che le persone che si ammirano e che si amano restino, che continuino a vivere con noi, il più a lungo possibile. Per questo, quando un anziano al quale siamo legati si lamenta di essere anziano, lo rassicuriamo dicendo che non è vero, che è giovanile (non giovane, ovviamente, ma giovanile), che sta bene, che è freschissimo, e così via. Gli anziani, le persone simbolo con le quali ci identifichiamo, come nel caso del cardinal Capovilla, sono i nostri appigli, contro le nostre incertezze e di fronte alle nostre paure. I buoni appigli stanno fermi per trasmettere anche a noi un senso di sicurezza che spesso non abbiamo. Gli affetti sono conservatori.

In nome di questi affetti diciamo anche noi, nel nostro piccolo, al cardinal Capovilla tutta la riconoscenza possibile per passato e tutto il bene possibile per il futuro. Auguri, Eminenza!

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