Una generazione narra all’altra. La catechesi: i genitori devono narrare la loro fede ai figli

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La delega nell’educazione alla fede

Diventa sempre più evidente che l’educazione nella fede, sempre, ma soprattutto in questo tempo di drastica riduzione del clero e dei religiosi, si gioca principalmente nell’ambito familiare, parentale e amicale. La famiglia, il parentado, il gruppo di amici sono i luoghi dove ci si scambiano esperienze, nozioni, spiegazioni, in un dialogo, che dura tutta la vita, che può avere momenti di simpatia gratificante come momenti fortemente dialettici, che non è detto che siano i meno costruttivi.

Per diverse ragioni però il tema religioso entra meno nei discorsi della gente. Il clericalismo ne aveva fatto un monopolio dei preti e delle suore e i laici delegano volentieri la cosa ai “competenti”, limitandosi a raccomandare a figli, nipoti e giovani amici di essere fedeli ai doveri religiosi. Mai, o quasi mai nell’ambito familiare nelle stesse famiglie molto religiose c’è uno scambio regolare sulle ragioni della fede e della speranza cristiana che ne deriva.

Alla scuola catechetica degli Ebrei

Con la diminuzione del clero e la dilagante scristianizzazione, l’educazione nella fede è costretta tornare alla modalità familiare, alla maniera degli Ebrei, che mettono al centro con funzione attiva proprio la famiglia secondo il dettato significativo del salmo 145: “Una generazione narra all’altra le opere del Signore, annunzia le sue meraviglie. Proclamano lo splendore della sua gloria e raccontano i suoi prodigi. Diffondono il ricordo della sua bontà immensa, acclamano la sua giustizia“.

Ma, attenzione: questo non avveniva sporadicamente, ma di continuo, anche quotidianamente, sfruttando con naturalezza e sapienza ogni occasione. Si pensi allo “Shemà Israèl” che gli Ebrei ancora oggi dicono ogni giorno come preghiera del mattino. Rileggiamolo con attenzione:

Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai…».

E poi continuava:

Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: Che significano queste istruzioni, queste leggi e queste norme che il Signore nostro Dio vi ha date? tu risponderai a tuo figlio: Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente… Allora il Signore ci ordinò di mettere in pratica tutte queste leggi, temendo il Signore nostro Dio così da essere sempre felici ed essere conservati in vita (Deut. 6, 4-24) .

Un’occasione privilegiata per questa “catechesi domestica” di tipo narrativo per gli Ebrei erano le feste. Il pranzo per loro aveva sempre un momento di preghiera. Ma nelle grandi feste, le cose a tavola erano più solenni. All’inizio del pranzo nelle grandi feste religiose, soprattutto a Pasqua, il più giovane dei presenti si alzava e chiedeva al papà o comunque al capotavola che cosa si stava festeggiando e quello, soprattutto se chi aveva fatto la domanda era un bambino, doveva rispondere con parole semplici raccontando l’evento di salvezza che in quel giorno si ricordava.

La catechesi domestica

In parole povere, ai genitori veniva raccomandato di fare personalmente in famiglia l’educazione dei figli alla fede, e veniva suggerito di farla non astrattamente, ma “raccontando”. (Oggi anche i nostri maestri di catechesi parlano di “catechesi narrativa”).

Ho sempre trovato una cosa talmente bella questa, che all’inizio dell’omelia nelle nostre feste, da anni mi rivolgo ai bambini e domando loro: “Che festa è oggi?”. E quando loro mi rispondono, che so: “È l’Ascensione, o la Pentecoste, o l’Immacolata…” io rilancio chiedendo che cosa c’è di speciale per noi in quegli eventi per decidere di celebravi sopra una festa solenne. Non sapendo essi rispondere così sui due piedi, faccio la mia breve omelia e poi concludo: “Per saperne di più, oggi a pranzo provate a fare come facevano i bambini degli Ebrei che lo domandavano ai loro genitori”.

Io sono convinto, e lo ribadisco con forza, che è giunto il tempo, senza possibilità di rinvio, di tornare a questo tipo di catechesi domestica narrativa, da attuare sia quotidianamente, sia sfruttando le ricorrenze e gli avvenimenti importanti della vita.

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