Papa Francesco e la Amoris Laetitia. A proposito di un interessante studio di teologia morale

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In questi ultimi giorni, ho avuto modo di accostare, per aggiornamento e per passione personale per la materia, la preziosa relazione tenuta da don Maurizio Chiodi, nostro professore di Teologia Morale in Seminario, ordinario presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e membro, per nomina di Papa Francesco, della Pontificia Accademia per la Vita.

I dubbi di alcuni cardinali, la risposta della teologia

Il testo, intitolato Coscienza e discernimento nell’Amoris Laetitia, è stato riprodotto sulla rivista Il Regno (Documenti 5/2018, pp. 183-197): ne consiglio senz’altro la lettura sebbene, per onestà, io debba dichiarare che questa potrebbe rivelarsi difficoltosa per chi non abbia mai affrontato studi filosofico-teologici. L’aspetto interessante risiede, a mio parere, nel desiderio di don Maurizio di non accostare l’ormai famoso capitolo VIII del documento pontificio per la sua centralità mediatica, bensì per le questioni morali e antropologiche fondamentali di cui questa sezione del testo autorizza la ripresa e la riproposta.

A riguardo degli altrettanto famosi “dubia”, manifestati in una lettera a papa Francesco dai cardinali Brandmuller, Burke, Caffarra e Meisner (gli ultimi due recentemente scomparsi), afferma giustamente il teologo morale che la risposta alle loro istanze non debba venire innanzitutto dal papa, ma dalla teologia e dalla discussione critica e competente che da essa scaturisce.

Atto e coscienza oppure la norma “assoluta”?

Il problema fondamentale dei dubia, mi sembra di capire, risiede nella considerazione del rapporto tra oggettivo e soggettivo, che Chiodi propone di ripensare come il rapporto inscindibile tra atto e coscienza. Invece, i cardinali e chi ne avalla le tesi propongono una prospettiva che, a partire dalla legge oggettiva, conosciuta come norma morale assoluta, definisce quali siano i peccati gravi e proibisce i peccati intrinsecamente cattivi, al punto che, contro questa determinazione, non hanno fondamentalmente alcun valore né le cosiddette “circostanze attenuanti” né la funzione di interpretazione propria della coscienza. Detto in parole semplici, mi sembra che si confondano “norma” e “dogma”, così che la norma viene considerata fuori dalla storia, come la verità assoluta, che va rispettata sempre e comunque, a prescindere da qualsiasi circostanza e, soprattutto, dall’esperienza specifica della persona, che vive sempre in un tempo e in una cultura.

Su questo, Amoris Laetitia ha il pregio di riscattare l’intrascendibilità del fatto che possano esistere situazioni in cui, pur trasgredendo la norma (oggettiva), la persona che agisce stia in realtà realizzando il “bene possibile” (AL 308). Non suona strano che questa e altre affermazioni di papa Francesco siano state tacciate di soggettivismo, una sorta di “tutto è lecito” legato alle specifiche situazioni e alle circostanze, come se ciascuno fosse “norma a se stesso”, stabilendo di volta in volta cosa sia bene e cosa non lo sia.

Accuse ingenerose a Papa Francesco

Mi sembrano, queste, accuse ingenerose e inappropriate. Infatti, l’Esortazione Apostolica di Francesco, come l’articolo del professor Chiodi lascia più volte intendere, non costituisce una rottura con la tradizione teologico morale della Chiesa, ma un suo prezioso approfondimento, nella piena continuità. Don Maurizio rileva, anche alla luce di uno studio attento della prospettiva di Tommaso d’Aquino e in particolare della sua Summa Theologica, che la questione fondamentale risiede nella reinterpretazione del rapporto tra norma e coscienza così che questo non venga letto in termini concorrenziali.

Del resto, una seria riflessione  biblico-teologica sulla legge conduce a riconoscere come dalla rivelazione emerga un concetto di legge che non può essere ridotta al semplice comandamento, in quanto la legge è chiamata a custodire un bene che è anticipato e che merita la dedizione dell’uomo. Anche la categoria di esperienza risulta fondamentale, in quanto essa costituisce l’accesso a ciò che è comune a tutti gli uomini: da essa, pertanto, non si può prescindere.

Tra verità senza coscienza e coscienza senza verità

Infine, un passaggio delicato e decisivo di Amoris Laetitia, che don Maurizio riprende con cura, è quello inerente al discernimento, verbo chiave della teologia del pontefice argentino e della sua esortazione apostolica sull’amore nella famiglia. Esso consiste, rileva il teologo bergamasco, in quella “circolarità virtuosa nella quale prende forma la convinzione di operare la scelta preferibile, l’unica possibile”, senza cadere negli estremi, entrambi deleteri, di una norma applicata al caso concreto, vista come una verità senza coscienza, e il suo esatto contrario, altrettanto problematico, di una coscienza che porrebbe da sé ciò che è bene, configurandosi come una coscienza senza verità.

Si tratta, credo, di riconoscere come fondamento della morale non sia la legge, ma la promessa di vita buona che Dio inscrive nella vita di ciascuno di noi e che merita la nostra totale dedizione.

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1 commento

  1. Andrea Robert on

    Il punto è precisamente quello che hai descritto. Ha a che fare con una questione molto ampia nella quale c’è in gioco la comprensione stessa del cristianesimo e non soltanto un settore della morale. Moltissime persone in sintonia con l’impianto espresso nei dubia hanno bisogno di una visione rassicurante del mondo, fondata su regole chiare e ben definite che possano descrivere la realtà dividendola in ciò che è giusto e in ciò che è sbagliato. Così facendo si avranno sempre dei punti di riferimento stabili e certi (la famosa “dottrina di sempre”), ma il prezzo da pagare è la perdita del reale sia dal punto di vista della sua complessità che da quello del suo incontro. Come hai detto tu, le regole vengono assolutizzate e non sono più un aiuto per la comprensione del reale ma diventano semplicemente applicative. Segui le regole? Sei a posto. Non le segui? Sei sbagliato. E il giudizio, di fatto, cade sempre sulla persona. L’interpretazione è vista come la resa di fronte al relativismo: se le regole possono (o devono) essere interpretate e applicate caso per caso è il singolo che diventa un assoluto. Eppure basterebbe leggere il vangelo per scoprire che già un certo Gesù aveva detto che il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato… Come chiesa, secondo me, dovremmo ripartire dalle basi per mostrare come la verità del cristianesimo sia una persona (un soggetto) e non un insieme di norme o di nozioni (un oggetto). La strada è lunga…

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