“Solo”: lo spin-off di Star Wars è un film d’avventura da guardare senza nostalgia

0

«Personaggi e intreccio che non catturano mai. Lo spin-off sul carismatico contrabbandiere galattico è il punto più basso della saga». «“Solo: A Star Wars Story” crediamo riesca nella non facile impresa di scontentare davvero tutti. Personaggi imbelli e intreccio da mediocre adventure-movie anni’80, il film non cattura mai e non riesce a giustificare le sue 2 ore e un quarto di durata». E ancora, questa volta a proposito del protagonista: «Carisma zero, simpatia irrintracciabile, Ehrenreich è costretto a barcamenarsi suo malgrado, tra un inseguimento e un altro, un bacio all’amata, una separazione dolorosa e una rentrée, un’alleanza con un altro avventuriero (Beckett, interpretato da Woody Harrelson)…».

«Senza affondare mai le mani (e nemmeno il cuore) nella mitologia spaziale in cui hanno pescato con estro creativo e vorace i suoi predecessori, gli sceneggiatori fanno avanzare l’azione a colpi di laser e baci rubati, scrivendo un racconto convenzionale privo di qualsiasi spinta epica o qualsivoglia efficacia narrativa. La trasgressione di Ian (Han), quello di George Lucas e di Harrison Ford, è di un altro ordine. Ron Howard lo ignora limitandosi a perpetuare un cinema d’avventura che trastulla lo spirito dello spettatore invece di imbarcarlo nel mito». Andiamo avanti: «Già è difficile mantenere il passo, che è diventato di un film all’anno, figuriamoci tenere alto il livello. Prima o poi doveva arrivare uno “Star Wars” non in grado di reggere il confronto con gli altri episodi della saga – sia quelli ufficiali che gli spin-off. È toccato a quest’ultimo “Solo: A Star Wars Story” e un po’ bisogna dire che ce l’aspettavamo. Almeno sin da quando la coppia Phil Lord-Christopher Miller, registi designati dalla Lucasfilm per dirigere il film è stata licenziata e rimpiazzata con Ron Howard. Una scelta conservativa che – senza nulla togliere al professionismo di uno come Howard, che fa quello che deve fare e cioè portare a casa il film – era sembrata subito un arroccamento senza ritorno». Eccoci qua: basta un rapido giro di orizzonte tra i vari siti Internet per leggere tutto e il contrario di tutto su questo nuovo capitolo dell’infinita saga delle Guerre stellari inaugurata da George Lucas nell’ormai lontano 1977, “Solo: A Star Wars Story”, presentato fuori concorso alla settantunesima edizione del Festival di Cannes e ora sugli schermi. Detto questo, dimenticate tutto quello che avete letto fin qua e andate tranquillamente a godervi questo nuovo episodio che, sia che siate fan sfegatati o neofiti dell’universo della Galassia non deluderà. Certo poi, se ci volessimo davvero addentrare nei dettagli come fanno gli amici dei siti che abbiamo citato (cinematografo.it, mymovies.it e cineforum.it), e non vogliamo farlo, potremmo davvero operare mille e uno distinguo. Se, cioè, questo cosiddetto spin-off della saga ha davvero senso, se il protagonista, Han Solo giovane, è proprio come pensavamo che fosse, e chi più ne ha più ne metta. Tutti rilievi più che legittimi, intendiamoci, ma cosa vogliamo di più? pur non essendo dei fanatici della saga questo episodio invece ci ha abbastanza divertito. Tutta la parte iniziale con la fuga da Vandor è veramente spettacolare, con Han che riesce a fuggire per un soffio dovendo abbandonare l’amata Qi’ra che invece viene catturata e che Han promette di tornare a riprendere. Un’azione che poi darà il via a tutta la vicenda che coniuga i toni picareschi tipici dei tratti del personaggio principale, con l’avventura e i classici inseguimenti e battaglie che sono un must della serie. Così come a noi è sembrato interessante l’inserimento del personaggio di Beckett (Woody Harrelson), il contrabbandiere galattico un po’ aguzzino un po’ mentore di Han che, intanto, cerca di coronare il suo sogno di diventare il miglior pilota della galassia. Tornando indietro nel tempo e cercando di ricostruire la biografia di quello che abbiamo già conosciuto come uno dei personaggi più simpatici e carismatici di tutta l’operazione “Guerre stellari” e cioè l’Han Solo di Harrison Ford, il film ci spiega, appunto, come sia nato per esempio, questo nome “Solo”, come si sono incontrati e come poi sono diventati amici Han e Chewbacca, come i due entrano in possesso della nave stellare Millenium Falcon, nave che sarà la coprotagonista di mille avventure della coppia, come sappiamo dalle puntate precedenti. E anche sulla figura del protagonista tutto sommato possiamo glissare, sarà anche “incolore” come sostiene qualcuno ma è inutile fare confronti con il Solo adulto di Harrison Ford, bisogna semplicemente prendere atto, come giustamente scrive Lorenzo Rossi che «a trascinare l’azione è quindi un racconto che tende a mettere in risalto da un lato il carattere ribelle, sornione e impertinente di Han – “non sono buono – dice a un certo punto – sono una persona terribile!” – e dall’altro il suo eroismo incosciente». Se mai, e qui però si aprirebbe un discorso piuttosto complesso, sono due i temi che andrebbero approfonditi: da un lato il saliscendi narrativo tra “high” e “low” cui sembra si sia avviata la saga, un vertiginoso e macchinoso passaggio tra alto e basso un po’ da ottovolante narrativo. Dall’altro il fatto che, a differenza di un’altra saga che sta ormai anche lei diventando infinita come quella degli Avengers, i personaggi di Guerre stellari forse non reggono, da soli, un episodio a sé stante. Mentre i super eroi della Marvel vivono, ognuno, di un proprio universo conchiuso in se stesso, quelli di Guerre stellari vivono più nella dimensione collettiva. Scorporandone uno alla volta facendone l’unico protagonista, può funzionare a patto di non staccarlo del tutto dall’universo da cui proviene: facendone un ritratto in primo piano sì, ma su uno sfondo che tenga conto del contesto globale da cui il personaggio proviene. In più va anche tenuto conto che la saga cinematografica deve ormai, che lo voglia o no, tenere conto di quella sorta di universo parallelo che sono i videogiochi derivati dalla serie cinematografica e che hanno contribuito alla “mutazione” ipertecnologica data dagli effetti speciali visivi computerizzati ormai imprescindibili nella realizzazione di questo tipo di lavori. Concludendo: tutti in sala, quindi, senza paura, ognuno ci troverà qualcosa di interessante e qualcosa che non gli va, ma sono un paio d’ore sicuramente piacevoli.

Share.

Lascia un commento