Amatrice due anni dopo il terremoto. Elena Polidori: la ricostruzione non c’è ancora

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Il 24 agosto 2016 alle 3,36, molto prima dell’alba, un boato scuote l’Italia centrale. Il terremoto di magnitudo 6.0 della scala Richter, propagatosi nel cuore del nostro Paese nella zona tra Lazio, Marche e Umbria, causa centinaia tra morti e feriti e distruzione di interi piccoli e medi centri urbani. Il violento sisma scuote anche Amatrice, comune italiano in provincia di Rieti, famoso in tutto il mondo per la sua celebre pasta, gli spaghetti all’amatriciana. Nelle prime ore di quel giorno la voce del sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, si leva forte e chiara: “Amatrice non c’è più”. I morti causati da quel boato sono stati 193.

Elena Polidori, giornalista di “Repubblica” quella notte si trovava insieme con suo marito Filippo, la loro figlia e il loro cane a Poggio Vitellino, una delle 68 frazioni di Amatrice. Nel secondo anniversario di questo devastante sisma, Polidori ha dato alle stampe Amatrice non c’è più ma c’è ancora” (Neri Pozza 2018, Collana “Piccola Biblioteca Neri Pozza”, pp. 238, 13,50 euro), struggente memoir su quel territorio meraviglioso che è andato perduto ma che non si arrende. Abbiamo intervistato Elena Polidori che ha deciso di devolvere interamente i diritti d’autore al Comune di Amatrice “per ogni necessità di ricostruzione a cominciare da Poggio Vitellino”.

“Giro giro tondo casca il mondo” è l’incipit del testo. Elena, cosa ricorda di quei momenti, di quando arrivò “la Grande Scossa”?

«Il panico, l’angoscia, il senso di impotenza e la consapevolezza che sarebbe finita un’epoca e ne cominciava un’altra che forse non era detto che sarebbe cominciata. Se fosse cominciata un’altra epoca sicuramente sarebbe stata completamente diversa. Penso che il terremoto sia uno di quegli eventi che distrugge qualsiasi cosa, anche l’anima, la memoria e che entra nel cuore. Il libro nasce da questa consapevolezza, perché nulla, da quel 24 agosto, è stato più come prima. La paura era che anche i ricordi sarebbero stati cancellati e questo era troppo brutto da sopportare. Le memorie, i ricordi, che cosa significavano quei luoghi sia per me, sia per tutti quelli che li conoscevano».

“Dolce casa, tanto amata”. Che cosa rappresentava per Lei l’abitazione di Poggio Vitellino?

«La casa era rimasta gravemente lesionata il 24 agosto, si capiva che non avremmo potuto mai più rientrare. A Poggio Vitellino non si è salvato nulla ed è rimasto tutto come era il 30 ottobre, giorno di una scossa fortissima che ha raso al suolo la mia casa che esisteva da secoli, lì dentro erano conservate tutte le memorie della mia famiglia. Nessuna esclusa. Quelle memorie che riemergevano giorno per giorno, magari bevendo una tazza di tè appartenuta a un avo. Questo libro non solo è un tributo per i miei figli e per le generazioni successive ma nasce allo scopo di fare un dono a una comunità ferita».

Non solo tanti morti e feriti ma anche ingentissimi danni al patrimonio artistico. Molteplici i campanili spezzati, simbolo della furia devastante del sisma. Ce ne vuole parlare? 

«Quel piccolo lembo fra Lazio, Umbria e Marche era ricco di tesori preziosi. Per fortuna poco prima del terremoto era stato pubblicato da una mia amica che si occupa di Storia dell’Arte un bellissimo libro che raccontava il patrimonio artistico di quelle zone. Una pena infinita vedere che di tutti quei tesori non c’era più nulla, anche il libro era rimasto sotto le macerie, un mio amico ha trovato un’altra copia. Prima del terremoto avevamo pensato di trascorrere un fine settimana autunnale con la mia amica, che ci avrebbe fatto da cicerone mostrandoci tutte quelle opere d’arte, molte delle quali neanche conoscevamo l’esistenza. Non sapevamo contestualizzarle, come delle pitture lignee importantissime. Ricordo che Amatrice a un certo punto della sua storia è stato un crocevia fondamentale delle arti e della pittura, quindi gli artisti avevano lasciato molte opere sparse per l’intero territorio. Alcune di quelle opere sono state salvate e adesso si trovano presso un deposito a Cittaducale in provincia di Rieti, in attesa un giorno di essere esposte nuovamente, speriamo».

Tra la popolazione c’è una visione del domani?

«Sinceramente ancora non la vedo così netta questa visione del domani. Me la auguro, spero. Non sappiamo ancora cosa sarà di Amatrice e di tutta la conca amatriciana, il sisma ha colpito duramente Amatrice e si è allargato a dismisura, colpendo il Centro d’Italia, un polmone storico e culturale del nostro Paese che è stato cancellato».

A due anni dal sisma, che cosa è rimasto di Amatrice e a che punto è la ricostruzione? 

«La ricostruzione non c’è. Dopo una lunga attesa hanno fornito alla popolazione rimasta nel luogo sinistrato le famose “casette”, che sono dei prefabbricati. C’è un tetto per i soli residenti, tetto che è arrivato dopo un anno e passa con il contagocce e dato tramite sorteggio. Un non luogo che dà smarrimento e che non c’entra nulla con la Amatrice di prima. La città in quanto tale è stata sbriciolata, spianata, non c’è più nulla. Sono entrata all’interno della “zona rossa” di Amatrice quando Paolo Sorrentino ha girato alcune scene di “Loro”. La sensazione provata è stata quella di aver scorto nuovi orizzonti mai visti prima, si vedevano le montagne che prima facevano da cornice al borgo, ora le sentivi addosso, con un senso di grande sgomento. Osservando quelle montagne ho compreso che la natura non era più amichevole come lo era stata una volta».

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