Tortüre, Torture. I versi di Wislawa Szymborska in dialetto bergamasco

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Tortüre, di Wislawa Szymborska.  Ha il duplice timbro dell’implacabilità, questa stra-conosciuta e disarmante poesia della SzymborskaNobel di poesia del 1996. Ha a che fare con il timbro sonoro dell’asprezza polacca che, pur straniera, spinge, quasi da sorella, la mia lingua prima nel suo ferruginoso raspare delle parole incocciate senza scuse, e quello, più doloroso, che marca il grigio piombato dell’umana umanità di fronte alla sofferenza, all’impotenza del subire, all’onnipotenza del potere che si fa tortura.

La poesia della Szymborska, tuttavia, non è una poesia “ideologica”, non attacca istituzioni e società, con le quali, del resto, ha avuto  modo di vivere un rapporto mozzato, complesso e straniante; parla solitamente delle persone, dei loro problemi di sempre, delle loro angosce e dei loro dubbi, della loro vita e del loro dolore, con uno sguardo quasi familiare al tempo stesso, irriducibilmente civile. E (anche), in Torture  ammonisce pensosamente coloro che si prestano all’esercizio del bio-potere sui corpi. Forse per questo, il grido pacato e ravvicinato scuote nel fondo la paura.

Così ne parlava, acutamente, G. Panella sulla sua rivista pochi anni fa:  Il corpo c’è – dice la Szymborska – ed è quello che conta per chi soffre e non vorrebbe, per chi prova dolore per la propria carne martoriata e umiliata e non vorrebbe, per chi si sente costretto a dire ciò che chi offende vuole sentirsi dire, e che si sente così, più volte violentato, nel suo tempo, nel suo corpo, nel suo spirito. Se negót l’è cambiàt, cambia la consapevolezza del fatto che la vita e la morte ormai sono fatti pubblici, eventi politici, momenti sociali di cui si discute e che vengono decisi e determinati in pubblico invece che nel chiuso delle coscienze o negli interieurs personali. Cambia l’idea della “privatezza” dei corpi e si impone la loro esibizione “oscena” nei luoghi della comunicazione di massa. Il dolore non cambia mai, invece, continua a martellare imperterrito e a far dolere i corpi e le anime in un sempiterno concerto di sofferenze e di morti annunciate.

Il poeta non può fare molto al proposito se non mostrarlo con le sue parole, questo continuo e disumano processo di negazione dell’umanità, questo violento strappo alle regole dell’amore e della civiltà dei rapporti reciprocamente tolleranti. Le parole dei poeti, è noto, servono a poco ma vanno pronunciate lo stesso…..

A elezioni appena concluse con la sbornia leghista nostrana, ricevo da un fratello un sms con questo messaggio:

«Lo spirito di un popolo? Lasciamo che gli spiriti riposino in pace e occupiamoci dei vivi. E le persone cambiano. La maggior parte della gente non si dà la pena di pensare con la propria testa (o perché non può, o perché non vuole), e di conseguenza è facilmente preda di suggestioni collettive. Qualcuno ha detto che le persone si istupidiscono all’ingrosso, e rinsaviscono al dettaglio. Dunque amiamo e sosteniamo i casi al dettaglio». (W. Szymborska, intervista a La Repubblica, 7 aprile 2008).

…e come diceva ol Farfalì: Stém sö franch!

 Tortüre, di Wislawa Szymborska. In lingua prima media Valseriana. Traduzione M. Noris

PER SENTIRE:

TORTÜRE

Negót l’è cambiàt.
Ol còrp a l’próa dulùr,
a l’gh’à de mangià e respirà e dürmì,
a l’gh’à la pèl fina fina, e söbet sóta – sangh,
a l’gh’à öna buna scórta de décc e de ónge,
i òss fràgei, e i zontüre stiràbei.
’N di tortüre, de töt chèsto a l’sa té cönt.
 
Negót l’è cambiàt.
Ol còrp a l’trèma, cóme l’tremàa
prima e dòpo la fondassiù de Róma,
in del ventésem sècol prima e dòpo Cristo,
i tortüre i gh’ìa, e i gh’è, adóma che ol mónd  l’è piö pissèn
e qualsifói l’söcédes, l’è compàgn de fò spóss la pórta.
 
Negót l’è cambiàt.
A l’gh’è adóma piö zét,
ai ège cólpe ghe se n’è zontàt de nöe,
reài, postésse, proisòre, che i gh’è mia,
ma ol i-sbrài del còrp che ’nnè respónd
a l’ìa, l’è e l’sarà ö sbrài de innocènsa,
segónd ö regìster e öna scala per sèmper.
 
Negót l’è cambiàt.
Fò che fòrse i manére, i serimònie, i balade,
ol insègn di mà ch’i protège ol có
l’è restàt però l’istèss.
Ol còrp al se stórs, a l’ischinca e l’sa descròla,
a l’burla zó sfiacàt, l’ingrömmia i zenöcc,
a l’vé morèl,  a l’se sgiunfa, li sbàa e l’sangla.
 
Negót l’è cambiàt.
Fò che ’l córs di fiöm,
la lìnia di bósch, del litoràl, di desèrcc e giassér.
Fra sti paesàgi l’animèla la strigòssa,
la sparéss, la returna, la sa fa visì, la se slontana,
a lé istèssa forestéra, mai brancada,
ura sèrta, ura insèrta de la esistènsa sò de lé,
intàt che ’l còrp a l’gh’è, e l’gh’è, e l’gh’è
e l’tróa mia quarciamènt.

 

 

TORTURE

Nulla è cambiato.
Il corpo prova dolore,
deve mangiare e respirare e dormire,
ha la pelle fina, e subito sotto – sangue,
ha una buona scorta di denti e di unghie,
le ossa fragili, e le giunture stirabili.
Nelle torture, di tutto questo si tiene conto.

Nulla è cambiato.
Il corpo trema, come tremava
prima e dopo la fondazione di Roma,
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
le torture c’erano, e  ci sono, solo la terra è più piccola
e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.

Niente è cambiato.
C’è solo più gente,
alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,
reali, posticce, provvisorie e inesistenti,
ma il grido del corpo che ne risponde
era, è e sarà un grido d’innocenza,
secondo un registro e una scala eterni.

Niente è cambiato.
Tranne che forse i modi, le cerimonie, i balli,
il gesto delle mani che proteggono il capo
è rimasto però lo stesso.
Il corpo si torce, si dimena e si divincola,
cade fiaccato, raggomitola le ginocchia,
viene livido, si gonfia, sbava e sanguina.

Niente è cambiato.
Tranne  il corso dei fiumi,
la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.
Fra questi paesaggi l’animella  vaga,
sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,
a lei stessa estranea, inafferrabile,
ora certa, ora incerta della sua esistenza,
intanto che il corpo c’è, c’è, c’è
e non trova riparo.

 

 

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