La parola e il tempo in due poesie di Ciril Zlobec tradotte in dialetto bergamasco

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Ecco due poesie di Ciril Zlobec, che, partendo dal moto, istintivo, del sentire che cantano, sono oggetto  sottoposto all’ansia della validazione circa la bellezza e l’efficacia della traduzione nella mia parlata. Insomma: non basta sentir cantare con la mia lingua prima delle poesie, che tra l’altro sono state lette da me in italiano ma, come in questo caso, sono sentite e scritte in sloveno dal poeta, che sloveno è; bisogna anche cercare di capire e di esplicitare, almeno a me stesso, i perché che danno ragione all’impegno che ci metto a questo obbligato divertimento come lo ha chiamato il Maestro Ezio Bosso, citando Abbado, nel descrivere il bel mestiere di fare musica.

 

Tre tracce per queste ragioni:

  • La prima delle due poesie proposte, Paròla, l’ho letta in un occhiello della rivista Poesia alcuni mesi fa. Ha ragione Franco Loi, che cita Agostino: prima si sente il suono che viene dallo sprefondo, anima che parla, solo despues l’arte del poeta la restituisce in canto…. E’, fatte le debite proporzioni, quello che è successo con questa poesia.  Approcciata istintivamente in lingua prima, suonava e suonava. Ma ci ho messo un paio di prove prima di trovare nella testa il costruito del canto…

 

  • Quando sento in lingua prima una poesia di altri poeti mi muovo nel desiderio di conoscere e di sapere cosa c’è d’altro del, e intorno al, poeta. La seconda poesia, che a sua volta suonava (non tutte le poesie che ho letto dell’autore suonavano, e non leggo sempre le poesie con l’esclusivo filtro della lingua prima e una campana in mano), restituisce, a conferma e a compimento della prima, la fascinazione che rappresenta per me, per noi la relazione tra (il valore che ha) la parola e il tempo, mio e della nostra vita. Per chi scrive poesie in lingua prima, poi, questa relazione appare in tutto il suo urlo e le sue domande, tra fedeltà e tradimento, tra rispetto e generatività…

 

  • Lo sguardo a est, balcanico, che dagli anni 90 e dalla vicenda della guerra nella ex Jugoslavia mi rapisce nelle sue connotazioni politico/sociali e di umanità, fa come se, nell’andare pur lento ma inesorabile del mio tempo, anche la poesia, oltre che la società e la politica, di quei mondi  si disvelasse nei suoi doni e nella sua vicinanza. Certo, questo avviene attraverso le mensili news di OBS Transeuropa, il think tank trentino che si occupa di sud-est Europa, Turchia e Caucaso, tra le più interessanti esperienze europee di giornalismo da società civile che osserva quei paesi; ma in questo vivere e disvelare il poeta Ciril Zlobec ci mette proprio del suo: “Per me la parola poetica è testimonianza dell’identità individuale e nazionale. La parola ci definisce in ogni tempo, è concretezza umana, politica e sociale. Un testo vero, sincero, non perde di forza e d’attualità anche a distanza di anni. Mantiene la capacità di indicarci la vita, anche in tempi del dilagare, soprattutto sui social, di parole vuote gli uni con e contro gli altri…”, e ancora “Il popolo sloveno mi ha eletto per due volte in parlamento perché sono un poeta e la mia gente crede nella poesia…. La cultura per la piccola nazione slovena, stretta nei secoli fra nazioni e imperi, è stata l’elemento più forte di coesione e sopravvivenza. Ho portato la cultura nella politica e non viceversa. Mi divertivo quando incontravo piccoli uomini convinti di essere personaggi importanti solo perché portati in alto dalla politica”…

G. Spagnoletti di Ciril Zlobec così dice: “…Ora, se riuniamo i tre motivi sui cui ci siamo soffermati – la lotta contadina, l’aspirazione cosmica, e il raggiungimento della parola – la verità inseguita dal poeta assume un tono di interezza, che davvero sorprende in un tempo come l’attuale mosso da preoccupazioni subdole alla menzogna, spacciata per senso comune. Occorre capovolgere il detto di un titolo di Manganelli: “La letteratura come menzogna”, per riconciliarsi con la poesia-verità. Non soltanto, in Zlobec, la parola restringe il vuoto a cui l’ha consegnata il dire comune, ma egli dà ad essa un compito infinito, quello di illuminare il nostro mondo interiore, cercando di fugare le tenebre che lo soffocano. Parola che si regola sul silenzio del nostro cuore: “Parola, tutta intera ti possiedo, / eppure non posso gridare”. Eccoci allora invitati al miracolo: la parola, che abita “fra il tutto e il nulla”, finisce per diventare la metafora totale dell’amore: conosce il senso donde partire e a cui giungere nel pieno affidarsi all’altro.

Ciril Zlobec  ultimo poeta partigiano europeo, è nato a Ponivke (Slovenia) il 04-06-1925 e li è morto poco meno di un anno fa, il 24 -08-2018. Mandi.

1) Paròla

2) Per la paròla del tép

 

Paròla

1
‘N DEL I-SCUMINSÀ A L’ÌA LA PARÒLA,
scricia ’n del fósch, scüra lüs isprefondada
’n del fósch, a spetà che ’n del fósch
öna sberlögiada de òm i lla spùnce söa la lüs…..

Pòsto che l’è mia de la sò lüs de lé che la stà ìa
la paròla: raschignada ’n del fósch, se ergü d’óter
no i lla ’mpìa la sa delima, e sbindéta
la turna ’n del fósch..

Parola

1
ALL’INIZIO ERA LA PAROLA,
scritta nel buio, oscura luce inabissata
nel buio, in attesa che nel buio
uno sguardo umano la innalzasse alla luce…

Poiché non della propria luce vive
la parola: incisa nel buio, se altri
non l’accende si consuma, e consunta
ritorna nel buio.

(Ciril Zlobec. Itinerario d’amore 1950-1997)

Per la paròla del tép

 Ölerès istà al mónd e pò dòpo
ma mia mör zamò ècc:
compàgn d’ö föch
ölerès brüsà töt
ma mia ès l’öltima sfiamada,
che la à sotrada ’n di sènder
compàgn de aqua ’n da sàbia
sènsa lassà öna ’nsègna;
ölerès che la mé ànsia
de ’ndaga dré
e mia la strachìsia
la ma ’ndéce la strada
e per töt ol mé ’ndà
–  a l’pöl dàs tegnù
ma l’pöl das co i mà büse –
dà fò töta la mé us
da la nàssita al fà sito
öltem e finàl,
intréga töta la mé us,
ògne sìlaba che ó cöntàt sö,
ògne mòt de gnechìsia o d’àmùr
per la paròla del tép.

Per la parola del tempo

Vivere vorrei lungamente
ma non morire già vecchio:
come un fuoco
vorrei bruciare tutto
ma non essere l’ultima fiammata,
che va sepolta fra la cenere
come acqua fra la sabbia
senza lasciare traccia;
vorrei che la mia ansia
di percorrerla
e non la stanchezza
m’indicasse la strada
e per tutto il mio percorso
– forse avaro,
ma anche forse prodigo –
distribuire tutta la mia voce
dalla nascita al silenzio
ultimo e definitivo,
per intero tutta la mia voce,
ogni sillaba da me espressa,
ogni motto di rabbia o d’amore
per la parola del tempo

(Ciril Zlobec. Itinerario d’amore 1950-1997)
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