Cieli di bambagia, rami nudi e piccoli merli. Quadrècc d’ötörno, quadretti d’autunno

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Quadrècc d’ötörno. (quadretti d’autunno) È un dovere quello di lusingare  (dagla ùcia) la stagione autunnale nella quale a immersione lenta stiamo inesorabilmente affondando, che viene dopo il settembre ….del ripensamento…. che porta il dono usato della perplessità…. e come scintille brucia nel suo fuoco le possibilità…(F. Guccini). Le poesie che ho scritto, dell’autunno, sono almeno una quindicina, e volendo proporne in numero sostenibile per la rubrica, mi sovviene l’ampia di trovare un criterio che sia onesto e convincente per sceglierle.

Nella presentazione alla mia raccolta Us de ruch (attualmente in ristampa – wow! – presso l’ed. Lietocolle) Franco Loi dice di due poesie d’autunno tra quelle qui proposte “ …Noris, comunque, è un poeta, e qui molte delle sue poesie testimoniano il suo amore per la vita e una attenzione incessante per tutto ciò che intorno a lui vive e germoglia. Ascoltiamolo in “novembre”: “Ha fatto i solchi / la terra rara / sul fondo della valle, / tra i capannoni / si è pettinata / i dolori / con gli erpici. ”. 

Proviamo anche qui a ricorrere ad un altro dei suoi numerosi riferimenti simbolici: “ Sotto un cielo nudo / di rami / davanti alla fine del mondo / piange le sue larghe foglie / ma ostinato resta / giallo di macchie / e per suo conto”. L’albero sembra morire, ma, come diceva il pittore Ennio Morlotti a un critico che asseriva che, essendo lui a contatto con la natura, certamente sentiva ogni giorno il sopravvenire della morte nell’erba, nelle piante che coltivava, “attorno a me non fa che rifiorire la vita…. Certo, tutto sembra morire al venire dell’inverno, ma poi tutto rinasce in primavera…..”. In fondo solo le foglie sono perdute ma l’albero, ostinato, rimane vivo con la linfa che di nuovo darà fioritura. Così sarà per la valle bergamasca, e così, forse, anche per l’uomo e la sua persona più profonda.

Ennio Morlotti, (Lecco 1910 – Milano 1992); ecco  il filo che mi è venuto da tirare. Morlotti, uno degli “ultimi naturalisti” (Arcangeli 1954). Pittore lecchese e poi milanese, amico di Franco, che l’ultima parte del ’900 ha visto protagonisti insieme in quel movimento culturale milanese di grande effervescenza artistica e letteraria rappresentato dalla Fondazione Corrente proposta da Ernesto Treccani. La pittura di Morlotti che si caratterizzò anzitutto per la materia cromatica: iniziò infatti ad applicare sulla tela per mezzo del pennello e, insieme, della spatola, alti impasti di colore, a suggerire una totale, avvolgente immersione nella natura: un «sentimento dell’organico», come ebbe a spiegare lo stesso artista: «ho capito un segreto ronzio tra cosa e cosa per cui il senso degli oggetti pieni di linfa sarà compresso e tenuto da un tessuto ronzante sotto anziché espandersi espressionisticamente» (così in una lettera ad Arcangeli datata 26 luglio 1956; Buzzoni, 1994, p. 57). E’ alla metà degli anni 60 che risalgono importanti cicli di opere dedicati al tema della natura e soprattutto, del fiume Adda a Imbersago, che raffigura anche l’opera in copertina di questo numero.

Riferendosi alle opere di quegli anni lo stesso Morlotti ha precisato: «anziché, mettiamo, guardare dei panorami o la luce che sfugge sulle cose, ho cominciato a guardare i particolari, ho cominciato a guardare delle foglie, dei fili d’erba, e ho cominciato a pensare alla vita che si svolgeva dentro a queste cose, al lato organico delle cose e questo ha cominciato ad emozionarmi e ho cominciato a vivere di questa emozione» (Per una pittura compromessa nella vita, intervista a cura di F. Arcangeli – R. Tassi, L’approdo, RAI TV, 8 febbraio 1966).

Ecco, non ho chiaro bene per quale strada, oltre alle suggestioni di Franco sul suo amico pittore Morlotti, lucide e confermate, e alla emozione di intima naturalità che dei suoi  quadri mi restituiscono, per quale strada, dicevo, io sia arrivato a pensare di proporvi le più « morlottiane » poesie d’autunno che ho scritto. E un sentierino più che una strada, ma l’ho percorso con valligiano e intenso piacere.

MERLÒT D’ÖTÖRNO. di M.N.  letta da Fèro

 

MERLÒT D’ÖTÖRNO

Sóta l’aqua
e ‘stó cél
de fósca bombasa
söl prat l’iscalchigna,
balèngo,
che l’par saltà sö la brasa.

Ötörno növ a l’ rìa,
merlòt che sinsìga
e l’sa ‘ncrapùna tormènt,
col bèch zald, ché,
söl cör.

Merlòt,
compàgn d’ö nìgher sanglòt.

PICCOLO MERLO D’AUTUNNO

Sotto l’acqua
e questo cielo
di oscura bambagia
sul prato scalcagna,
stravagante,
che pare saltar sulla bragia.

Autunno nuovo arriva,
piccolo merlo che stuzzica
e s’intestardisce tormento,
col becco giallo, qui,
sul cuore.

Piccolo merlo,
come un nero singhiozzo.

 

da Santì
ed Teramata 2011

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OL CACO di M.N. letta dall’autore.

 

OL CACO

Otóer
l’è ö mis che l’cór
e l’sa deslìbera
füriùs
de töt tròp a la svèlta:
l’ismórsa i fich
l’isgrafégna l’öa
l’iscónd i nùs !

Ol caco l’sa pontèla stremìt
‘n di sire de noéne di Mórcc
e de sbogiàde us,
maltràcc-insèma
l’isbarbèla
’mbambìt.

Sóta ö cél nüd
de ram
denàcc a la fì del mónd
a l’löcia i sò larghe fòie
ma ustinàt a l’rèsta
zald de smàgie
e per sò cönt.

IL CACO

Ottobre
è un mese che corre
e si libera
furioso
di tutto troppo in fretta:
spegne i fichi,
sgraffigna l’uva,
nasconde le noci !

Il caco si puntella spaventato
nelle sere da novene dei Morti
e di sventrate voci,
malconcio
tremola
rimbambito.

Sotto un cielo nudo
di rami
davanti alla fine del mondo
piange le sue larghe foglie
ma ostinato resta
giallo di macchie
e per suo conto.

 

da Us de ruch
Lietocolle ed 2011

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NOÈMBER di M.N. letta dall’autore

 

NOÈMBER
(dal ruch)

Dal möt del bósch
l’è ö fiàt de cà l’invèren
e ö sul sminsolèt
l’è nostalgéa del calivrù
che l’iscorèsa cüriùs
sóta ’l vöt
di pórtech.

L’à facc i sólch
la tèra rara
sö ’l fónd de la àl,
tra i capanù
la s’è petenada
i dulùr
co i èrpech.

NOVEMBRE
(dal ronco)

Dal muto del bosco
è un fiato di cane l’inverno
e un sole striminzito
è nostalgia del calabrone
che scoreggia curioso
sotto il vuoto
dei portici.

Ha fatto i solchi
la terra rara
sul fondo della valle,
tra i capannoni
si è pettinata
i dolori
con gli erpici.

 

da Us de ruch
Lietocolle ed 2011

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LA SGÜR di M.N. letta da Fèro.

 

LA SGÜR

La tróe impecada sö ’l mür
intramès ai öcc
tròp cörcc
ol sò fà sito de plòch
e ö fil de rösen
de tridacossiènse.

La sa fà ’ngurda la sgür
prima di Sàncc
o passàt i Mórcc,
la smèza i sòch
de spüdasentènse
bianche scaie
sensa tórcc.

La bala ’n d’ö fiàt iscür
e la sbrènta pendènse
per ol piassér del tòch.

Stremìt
co i öcc gràncc
a tènde ’l sègn:
sói ’l bràss
o sói ’l lègn?

LA SCURE

La trovo impiccata sul muro
nel mezzo degli occhi
troppo corti
il suo silenzio di sasso
e un filo di ruggine
da tritacoscienze.

Si fa ingorda la scure
prima dei Santi
o passati i Morti,
dimezza i ceppi
da sputasentenze
bianche scaglie
senza torti.

Balla in un fiato scuro
e lacera pendenze
per il piacere del pezzo.

Impaurito
con gli occhi grandi
guato il segno:
sono il braccio
o sono il legno ?

 

da Resistènse
Interlinea Ed. 2016

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AMÙR D’ÖTÖRNO di M.N. letta da Fèro

 

AMÙR D’ÖTÖRNO

L’è ömed ol bósch di tò caèi
e l’ ötörno a l m’è svièss a i ma,
corènte,
menemà che te ’ncarèsse.

Zöghe co la tò bóca
e insèma’l vènt
che l’ desmentéga ‘mbreàch
andane de fòie sö i strade,
strésse.

I tò öcc i spand ö marù cóld
de castègne,
de l’amùr che fa de spine
i résse.

La sa delima ràöca la tò us
in gròpa a invèren:
no l’rierà ol zél bianch
co i sò stremésse !

AMORE D’AUTUNNO

E’ umido il bosco dei tuoi capelli
e l’autunno mi è di traverso alle mani,
corrente,
mentre ti accarezzo.

Gioco con la tua bocca
e insieme al vento
che dimentica ubriaco,
file di foglie sulle strade,
strisce.

I tuoi occhi spandono un marrone caldo
di castagne,
dell’amore che fa di spine
i ricci.

Si consuma roca la tua voce
in groppa a inverno:
non arriverà il gelo bianco
con i suoi spaventi !

 

da Dialèt de nòcc, d’amùr
ed. COFINE 2008

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