Sessant’anni di storia della Filmoteca Vaticana: il cinema per raccontare le storie degli ultimi

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«Dobbiamo ringraziare Papa Giovanni XXIII per la decisione lungimirante di aprire la Filmoteca vaticana». «Il cinema racconta le storie degli ultimi». «Il cinema è un’arte che racconta in celluloide la storia e il tempo». Sono alcuni spunti emersi nell’incontro di presentazione del libro «Il cinema dei papi. Documenti inediti dalla Filmoteca vaticana» (edizioni Marietti), scritto da monsignor Dario Edoardo Viganò, vicecancelliere delle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze sociali. Presente un folto pubblico, fra cui il prefetto Elisabetta Margiacchi e il vescovo emerito di Fidenza Carlo Mazza. Più che la presentazione del libro, l’incontro è stato centrato su un anniversario che ricorreva sabato: il 60° di fondazione della Filmoteca vaticana (16 novembre 1959). Un anniversario messo in rilievo da monsignor Giulio Dellavite, segretario generale della Curia. «Nel Novecento, la sinistra ha fatto il “cinema-pensiero“, mentre la Chiesa ha diffuso le sale cinematografiche. In realtà anche la Chiesa ha fatto “il“ cinema». Gli interventi sono stati intercalati dalla proiezione di filmati dell’archivio della Filmoteca, cominciando dal più antico, risalente al 1896, quando per la prima volta un pontefice, che allora era Leone XIII, si fece riprendere nei giardini vaticani. Via web sono giunti i saluti di Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per le comunicazioni. «Un film ha un valore estetico, può nutrice lo spirito e può usare un linguaggio che fa conoscere meglio l’uomo», ha detto il vicario generale monsignor Davide Pelucchi, che ha portato i saluti del vescovo Francesco Beschi.

Don Mattia Magoni, neodirettore dell’Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali, ha aperto gli interventi, definendo il cinema come «ottava arte, propria del Novecento», portando poi tre immagini. «Il cinema è arte che con la celluloide racconta e interroga l’uomo nelle sue speranze e sofferenze. Il cinema abita nel medium, perciò rappresenta l’uomo». Quindi ha ripreso la famosa lettera pastorale del cardinale Carlo Maria Martini. «Anche il è “lembo del mantello”, perché tocca la vita dell’uomo, la fa uscire dall’anonimato, fa passare dal “like” all’“amen”, come ha detto Papa Francesco». «Anche la Filmoteca vaticana e questo libro fanno capire che Chiesa non ha paura del mondo, perché il cinema è società e vita», ha aggiunto il regista Mimmo Calopresi, che ha confidato un parere personale: «Pier Paolo Pasolini, primo fra tutti, intuì il nuovo stile di Papa Giovanni e nel silenzio gli dedicò il suo capolavoro “Vangelo secondo Matteo”». Per il 60° anniversario, il sito www.vaticannews.va ha messo in rete un ciclo di sei episodi sulla Filmoteca, prodotto da Vatican media e dalla bergamasca Officina della Comunicazione, con il sostegno di Rekeep e Brebemi. Per quest’ultima società è intervenuto il presidente Francesco Bettoni, che ha confermato gli impegni con il Dicastero vaticano.

Infine l’intervento di monsignor Viganò, che ha ricordato i suoi legami con Bergamo, «da cui partì la genialità di Papa Giovanni, uomo delle grandi aperture. Da nunzio a Parigi andava sul set di alcune produzioni cinematografiche». Quindi ha letto la bolla di fondazione, sintesi del cammino percorso dai pontefici verso il cinema, portando gli esempi di Leone XIII e di Pio XII, «molto preoccupato per la piega anticristiana presa dall’allora diffuso cinema sovietico». Infine ha espresso un desiderio: «La Filmoteca vaticana deve diventare come una biblioteca, perché i documenti cinematografici nel futuro prossimo diventeranno documenti storici».

 

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