Dal Sinodo alla vita quotidiana degli oratori. Don Rossano Sala: “Non esistono soluzioni facili. Bisogna essere con i giovani”

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Immaginare il futuro della Chiesa e degli oratori risulta impegnativo. Spesso si viene sopraffatti da una sorta di negatività da cui non nasce nulla e si corre il rischio di ristagnare nelle lamentele. Per poter costruire il futuro della Chiesa, però, occorre un cambio di mentalità e di rotta. Occorre avere più fiducia nei giovani, responsabilizzandoli e dando a loro i giusti spazi per crescere. Purtroppo, la formula magica non è disposizione. Non esiste. Si naviga a vista, o meglio, si naviga con discernimento come ha sottolineato don Rossano Sala alla riunione dei curati della nostra diocesi.

Segretario speciale e redattore del Documento Finale del Sinodo dei Giovani, don Rossano ha spiegato come anche durante l’assemblea sinodale ci si sia interrogati molto su quale soluzione adottare per immaginare un futuro rigoglioso. Innanzitutto, è stato necessario un cambio di prospettiva per poi impostare lo stile e il metodo con cui affrontare la questione. “Dal fare per i giovani si è passati all’essere per i giovani -ha spiegato don Rossano-. In questi casi non esiste una soluzione già pronta, ma bisogna procedere con discernimento. È l’imperativo del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo. Giovani e Chiesa sono nella stessa situazione. Entrambi hanno difficoltà ad orientarsi in questo mondo complesso e ciò è un invito a discernere e, soprattutto, ad ascoltare”.

Per poter frequentare il futuro della Chiesa, l’ascolto è la chiave fondamentale. Esso riveste un ruolo importante sia nella fede che nel comprendere i giovani che oggi hanno davanti un mondo infinito di possibilità. “Bisogna rendersi conto che i nostri destinatari sono persone esistenti di cui mettersi all’ascolto con empatia – ha continuato don Rossano -. La carenza dell’ascolto porta solamente a degli stereotipi. Se, invece, impariamo ad ascoltare la vita degli uomini capiremo come Dio si manifesta in essa”.

Don Rossano ha poi sottolineato come la cultura sia importante per comprendere i giovani. “Se lavoro con i giovani devono essere molto preparato culturalmente. Viviamo un periodo di confronto serrato tra culture e delle buone basi sono necessarie per cogliere le sfide dell’oggi. Tra queste ultime c’è anche la ricerca spirituale dei giovani che c’è ed è molto vivace. Ai giovani non posso vendere fumo e senza una buona preparazione culturale le nostre proposte saranno insapori e incolori”.

Non meno importante è il tema delle relazioni. Nell’era digitale sono sempre al centro dell’attenzione e ad esse sono legate le malattie che la solitudine provoca. Proprio lì l’educazione vera è chiamata a salvare l’uomo dal suo egocentrismo e a spingerlo verso l’altro. In questo frangente, gli adulti sono chiamati ad essere esempio di fraternità e di autorità. Più che un amico, i giovani cercano delle guide vere e non degli adolescenti in corpi di adulti. “Si tratta di una maturità generativa. Un bravo educatore ha finito il suo lavoro quando non è più necessario. Pensate a Gesù. Anche Lui sparisce quando ha finito il suo compito, quando è arrivato al cuore degli uomini. Si è veramente adulti quando si fa crescere l’altro”.

Far crescere significa anche far spazio a chi viene dopo di noi in un modo che ciascuno possa fare il suo percorso. Nella Chiesa come in oratorio, tutti hanno il diritto di riceve quanto è stato donato a noi. Il percorso della pastorale giovanile deve avere un inizio e, soprattutto, una fine. Solo così gli oratori saranno dei veri e propri trampolini di lancio per i giovani che lo abitano. “Siamo chiamati a trasformare i nostri oratori in laboratori di nuove santità, di vite gradite a Dio”.

Per ottenere dei frutti, però, è necessario curare il proprio campo. Questa esigenza sempre andare controcorrente con i tempi. La diminuzione dei preti e la mancanza dei curati negli oratori è un dato di fatto sotto gli occhi di tutti. Eppure, anche negli impegni si possono avere delle priorità. “È vero, noi sacerdoti siamo molto impegnati, ma dipende anche dalle nostre priorità -conclude don Rossano-. Non prendiamo la scusa della parte amministrativa”.

“Non dobbiamo avere paura di metterci in gioco con la gente. Dobbiamo diventare degli esperti di umanità e per fare ciò bisogna buttarsi in essa. Lasciamoci ferire dall’umanità e dai giovani. In Sud America, il cattolicesimo sta vivendo un periodo di crescita perché hanno vissuto un periodo di umiltà. Ora noi siamo nella fase dell’umiliazione e anche per noi arriverà il tempo dell’umiltà. Occorre dare spazio a Dio con il silenzio perché è proprio in quei momenti che Lui parla”.

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