Comenduno, don Alfio Signorini: “I primi impegni sono prudenza, attenzione e valore ai legami”

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Far sì che tutti i fedeli trovino un posto a sedere, così da non escludere nessuno. Così che ognuno possa sentirsi a casa. È il desiderio di don Alfio Signorini (alla guida della parrocchia di Comenduno da quasi tre anni) che, come tanti altri sacerdoti, in questi giorni si trova a dover fronteggiare la graduale riapertura delle celebrazioni ai credenti, decretata dal protocollo firmato fra Cei e Governo. «Il ritorno della messa “con popolo” è una bellissima novità, che ci ha messo, però, un po’ tutti in discussione – afferma don Alfio –. Innanzitutto, aprire le chiese per celebrare, nuovamente, la liturgia significa rendere il luogo di culto sicuro. Bisogna poi immaginare un modo per dare dignità al rito, nonostante le misure precauzionali». Diverse e stringenti, infatti, le regole per il celebrante e per i fedeli (che, obbligatoriamente, dovranno indossare la mascherina), come, per esempio, la limitazione del numero dei partecipanti, l’assenza dei libri di canto, il divieto del segno della pace e le disposizioni sulle acquasantiere, che dovranno rimanere vuote. Ma don Alfio non si è fatto prendere dallo sconforto e, alla parola d’ordine «prudenza», ha voluto affiancare quella di «comunità»: «Da quando ho saputo che le messe sarebbero riprese in forma tradizionale, un interrogativo si è fatto spazio nella mia mente – spiega il parroco –, ovvero: come dare, alla funzione, un sapore di preghiera comunitaria, di famiglia? La tentazione che, ancora, serpeggia in me, ma anche nei miei parrocchiani, è quella di posizionarmi al vertice di tutto. È facile, del resto, in questo momento di isolamento, decidere da solo. Ma non è questo che, veramente, desideravo e desidero. Ho sentito dunque il dovere di coinvolgere il maggior numero di persone, per incominciare a discuterne». Ecco che, quindi, don Alfio, tramite WhatsApp, si mette in contatto con i vari gruppi che gravitano attorno alla parrocchia di Comenduno. «Volevo che l’idea di riaprire la chiesa fosse condivisa da tutti – racconta don Alfio –, che fosse responsabilità della comunità e che la risposta potesse essere collettiva. Ho quindi radunato virtualmente il consiglio parrocchiale, ma anche il gruppo liturgia, quello degli organisti, quello dei catechisti e quello delle famiglie, così che ogni singola persona che vive nella nostra comunità potesse domandarsi: “Cosa posso decidere e cosa posso fare, io, per riaprire la mia chiesa?”. Abbiamo, così, intrapreso delle scelte che, per ora, si articolano in tre punti e che hanno come unica finalità quella di accogliere tutti. Non vogliamo che qualcuno si senta rispondere: “Non c’è posto”. Per prima cosa, dunque, abbiamo sostituito le panche con delle sedie: sia per creare ancor più spazio (nonostante la nostra chiesa risulti, già di suo, spaziosa e capiente e possa ospitare, con facilità, più di cento persone), sia per maggiore sicurezza, sia perché essendo un po’ vetusti e dovendoli, continuamente, disinfettare, non volevamo che i banchi si rovinassero. Se ci sarà una grande affluenza, abbiamo già pensato, comunque, di allestire degli altoparlanti, in modo che qualcuno possa posizionarsi sul sagrato o nel cortile adiacente all’oratorio. Come detto, a tutti sarà garantito un posto, comodo e sicuro, e tutti potranno accedere all’eucarestia, senza bisogno di prenotazioni o cavillosità del genere. Del resto, la comunità cristiana è una grande famiglia e in una famiglia, quando uno dei suoi elementi bussa alla porta, si fa in fretta ad aggiungere un posto a tavola. Provvederemo, poi, a installare una cartellonistica con le indicazioni necessarie e a utilizzare il materiale gentilmente fornitoci dalla diocesi di Bergamo, per garantire la pulizia dei luoghi e l’igiene delle persone. In ultima analisi, abbiamo pensato a creare dei video messaggi (che inoltreremo questa settimana sui diversi gruppi) e a scrivere lettere (che porteremo casa per casa) per spiegare al resto dei cittadini le azioni condivise che, come parrocchia, abbiamo deciso di fare». Azioni, quelle di don Alfio e dei gruppi parrocchiali di Comenduno, cariche di entusiasmo, ma che sono il risultato di un tempo di sofferenza e riflessione. «Il periodo del lockdown è stata un’esperienza emotivamente coinvolgente – confessa don Alfio –, all’inizio sicuramente negativa. Vedere l’oratorio, epicentro di tante feste, completamente vuoto, con il carro di carnevale addobbato in bella mostra (e mai utilizzato) è stato un colpo allo stomaco. Deserte anche le aule di catechismo e quelle degli appuntamenti serali con i ragazzi, deserta la scuola materna: la presenza dei bambini era vissuto quotidiano e il loro vociare era la colonna sonora con cui iniziavo le mie mattine. È stato triste veder scemare tutta questa allegria e spensieratezza, veder scomparire quel contesto, in cui si incontravano nonni e genitori e in cui c’era sempre occasione per un saluto affettuoso, ma anche per racconti di vita: storie di sofferenza e fatiche familiari, a volte, che venivano accolte, condivise e che permettevano l’intrecciarsi di rapporti profondi. E poi, ovviamente, grande sconforto è stato causato dall’immagine della chiesa vuota, che, assieme all’oratorio, alla scuola materna e alla canonica, va a formare il quadrilatero parrocchiale, se così si può dire, della comunità. Una chiesa molto bella, costruita, nel secolo scorso e con tanto orgoglio, dagli uomini del paese e che ora era vista come possibile luogo di contagio. Emozioni angosciose, insomma, che si sono sommate ad altre situazioni difficili da digerire: funerali celebrati con pochissime persone, parenti che non hanno potuto dare l’ultimo saluto al proprio caro, ma anche le vicende di quelle persone che, in perfetta salute, si sono ritrovate, da una settimana all’altra, in ospedale e da lì non sono più tornate a casa». Una prima fase di smarrimento e amarezza a cui, però, don Alfio ha saputo rispondere: «Alla fine c’è stata la reazione e, a voler essere più precisi, la volontà di trovare una modalità nuova, per farmi prossimo della mia comunità e per sentire la comunità prossima a me stesso. Sentivo il bisogno di avere un punto di riferimento e questo punto l’ho trovato nell’affetto dei miei parrocchiani. Quindi, il primo periodo di sofferenza ha lasciato il posto a un periodo di fantasia e creatività». Diversi i progetti per arginare solitudine e isolamento: «Per supplire alla mancanza della catechesi abbiamo ideato le “clipcat” – illustra don Alfio –, brevi video che facevo girare tramite WhatsApp. Nel giorno della benedizione degli ulivi, invece, ho deciso di camminare per il paese, aspergendo, con l’acqua santa, i ramoscelli di ulivo che le famiglie, per l’occasione, avevano appeso fuori al cancello di casa: è stato commovente ed edificante poter vedere la gioia negli occhi dei parrocchiani. Mi sono sentito vicino alla mia gente. Ho poi avuto pure l’intuizione di salire sul campanile, scandendo, ogni domenica e attraverso un ripetitore, una preghiera particolare e una benedizione. Naturalmente, anche la nostra parrocchia ha trasmesso la messa in streaming, ma c’è stata pure la “messa interattiva”: lo scopo è stato quello di reinventare la messa per i più piccoli, in modo che potesse essere qualcosa di vivace e coinvolgente e non interpretata come un appuntamento passivo. Ho cercato di dialogare con i bambini davanti allo schermo, chiedendo loro di fare alcuni gesti, come il segno della croce o spezzare il pane e condividerlo con mamma e papà o anche solo eseguire dei disegni a tema». Ma la vera sfida comincia ora. «La reazione che abbiamo avuto come comunità è stata estremamente positiva – riflette don Alfio –, ma è innegabile che le sfide sono ancora molte. Bisognerà pensare, al più presto, a convivere con questo virus, in un contesto pastorale che dovrà, necessariamente, cambiare. Bisognerà ipotizzare eventuali scenari futuri e fare un calcolo delle risorse che, come parrocchia, potremo mettere a disposizione. Ma è giusto fare un passo alla volta e concentrarsi, in questo momento, sulla riapertura delle chiese ai fedeli». Una riapertura, ne è convinto don Alfio, che deve portare con sé un cambio di passo, nelle relazioni umane e nella società: «In questa pandemia, abbiamo scoperto qualcosa che stavamo, lentamente, dimenticando: quanto sia importante il tempo dedicato alla famiglia. All’inizio, s’è fatta forse un po’ di fatica, c’è stato un po’ di disagio; ma poi l’equilibrio è sopraggiunto e si è compreso come, dopotutto, la famiglia sia un bisogno necessario e irrinunciabile. Se il Coronavirus ci darà una buona scusa per edificare una società nuova spero che i legami affettivi saranno la base sulla quale rimodulare il nostro tempo libero (ma anche quello lavorativo) e spero che ci potrà essere un impegno tangibile verso un’economia sostenibile e green, così da poter valorizzare le persone e rispettare l’ambiente. Solo così il dolore potrà farsi speranza e, infine, memoria».

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